A Roma fino al 28 luglio 2024, presso il Museo Storico della Fanteria a Piazza Santa Croce in Gerusalemme 7, sarà presente la straordinaria mostra "Impressionismo - L'alba dell'età modernità", focalizzata sugli artisti che hanno contribuito al movimento impressionista, tra cui i celebri Renoir, Manet e Monet.
In occasione della mostra vorrei parlavi di questa corrente artistica che ho sempre amato e in modo particolare di Claude Monet.
Per ammirare i suoi capolavori bisogna arrivare a Parigi, al Museo d’Orsay, oppure recarsi nei pressi del Bois de Boulogne dove sorge il Museo Marmottan che possiede la più vasta collezione delle opere del celebre pittore impressionista.
Per godere della vista delle sue amate ninfe occorre poi andare al giardino della Tuileries, al Museo dell’Orangerie, dove nelle bianche sale ovali, costruite seguendo le indicazioni di Monet, risplendono le sue più famose opere. Infine a soli 45 minuti di treno da Parigi si può arrivare alla sua casa museo di Giverny, una cittadina sulla riva destra del fiume Senna, in Normandia. Qui Monet visse con la sua famiglia dal 1883 al 1926, anno della sua morte. In questo luogo che si può definire incantato, Monet trascorreva le sue giornate dipingendo molte delle sue più celebri tele e coltivò la sua passione continuando la incessante ricerca di effetti ricchi di colore e luce.
A circa 100 metri di distanza dalla sua casa rosa e verde si trova il Museo dell’Impressionismo di Giverny che ospita una collezione di tanti autori francesi e stranieri appartenenti a più filoni del movimento Impressionista.
Tutto questo percorso alla ricerca delle opere del grande Monet è però un po' difficile da attuare.
Fortunatamente in Italia sono state già allestite diverse mostre, come a Milano e Genova, dove poter ammirare alcune delle sue opere.
La mostra di Monet che, con un piacere immenso ho potuto vedere io, è stata ospitata dal 19 ottobre 2017 all’11 febbraio 2018 nella sede del Complesso del Vittoriano – Ala Brasini di Roma e ha proposto al pubblico sessanta opere del padre dell’Impressionismo provenienti dal Museo Marmottan Monet di Parigi, che l’artista conservava nella sua ultima dimora di Giverny e che il figlio Michel donò al Museo.
Davanti alle sue opere mi sono veramente commossa e non nascondo di aver pensato alle atmosfere di alcuni fondali dei più famosi anime, primo fra tutti proprio Il Giardino delle Paroledi Makoto Shinkai.
Da sempre definito il pittore che dipingeva en plein air, cioè “all’aria aperta”, Monet concentrò il suo lavoro sullo studio degli effetti della luce sull’acqua, sul gioco delle ombre e dei colori del paesaggio.
Sicuramente su di lui influì molto la cultura giapponese che, a partire dagli anni Sessanta dell’Ottocento, a Parigi e in tutta la Francia, ebbe una forte diffusione. Monet fu affascinato dalla particolare filosofia di vita che arrivava dal Sol Levante e che univa la visione della natura alla propria spiritualità.
Il suo giardino di Giverny esprime proprio questo: per il suo laghetto fece arrivare i semi delle ninfee dal Giappone, sulle sponde coltivò delle piante esotiche, fece piantare dei salici piangenti e costruire un ponte in stile giapponese, tutto per il piacere di meditare ammirando le bellezze e i colori della natura.
Le ninfee poi rappresentarono per lui icone di un pensiero che andava oltre il dipinto, quella visione astratta della natura che divenne il manifesto dell’Impressionismo e di cui Monet fu il fondatore.
L’artista scrisse nel 1912:
«No, non sono un grande pittore. Grande poeta nemmeno.
Io so solamente che faccio quanto è nelle mie possibilità per rendere ciò che provo davanti alla natura e che più spesso, per arrivare a rendere ciò che sento, dimentico le regole più elementari della pittura».
A rievocare Monet nella mostra del Vittoriano, oltre alle sue opere, erano esposti i suoi occhiali tondi con le lenti ambrate di giallo, la pipa e la tavolozza con i colori che sembrano essere lì da poco, come se l’artista li avesse lasciati così, per ricordare forse che dietro tutta quell’eterea bellezza dipinta c’è una figura umana.
Dipinte in piena luce solare, con la nebbia o con la pioggia fitta, i soggetti delle sue tele spiccano tra tutte le varianti atmosferiche attraverso pennellate spontanee che li rendono astratti ma allo stesso tempo carichi di energia, tanto da abbagliare con i loro colori e donare un senso di bellezza e serenità.
E proprio davanti a queste sensazioni non si può far altro che riflettere e condividere le parole dello stesso Monet:
«Tutti discutono la mia arte e affermano di comprenderla, come se fosse necessario comprendere, quando invece basterebbe amare».
A parte la bellezza e la spiritualità dei luoghi visitati nel mio viaggio in Giappone, ricchi di cultura e tradizione, ciò che più mi ha colpito è che ogni passo fatto lì equivale a sfogliare una pagina di manga o vedere un fotogramma di anime.
Tra i tanti ricordi mi piace soprattutto ritornare con la mente a Tokyo dove, tra le tante bellezze e attrazioni antiche e moderne, per un appassionato di anime e manga si avvera il sogno di viverli.
Ho avuto la fortuna di passeggiare lungo i viali del giardino Shinjuku Gyoen e vi assicuro che è stato come entrare direttamente nel film di Makoto Shinkai, "Il giardino delle parole", come potete vedere nell'immagine di copertina.
Tra salici, glicini, ciliegi in fiore e l’immancabile gazebo in legno dove ripararsi dalla lieve pioggia, non ho potuto fare a meno di emozionarmi e capire ciò che provavano i due protagonisti incontrandosi in quel giardino pubblico nel cuore della metropoli.
Per me il momento clou del viaggio resta comunque quello vissuto ad Akihabara, il famoso quartiere di Tokyo conosciuto soprattutto per i tanti negozi di manga e tecnologia. Incarnazione di tutto ciò che è pensabile riguardo anime e manga, ad Akihabara la realtà supera l'immaginazione! Si rimane persi e spaesati in interi labirinti a più piani, stracolmi di manga, oggettistica e gadget a tema, tanto che non sai da che parte iniziare a guardare né cosa comprare!
Lì si vive a stretto contatto con un mondo surreale e prova ne sono anche i Maid Cafè. Pensati inizialmente solo per la clientela di appassionati di anime e manga, questi locali hanno incuriosito pian piano anche salarymen, cosplayer e otaku, riscuotendo un crescente successo e una certa notorietà, coinvolgendo in seguito un pubblico sempre più vasto che comprende anche liceali, mamme con bambini e moltissimi turisti.
La curiosità per questo posto è stata catturata per strada da una graziosa ragazza graziosa vestita da cameriera che sponsorizzava appunto uno di questi locali e che gentilmente, e molto festosamente, mi ha accompagnato fin dentro un Maid Cafè che si trovava all'interno di un enorme palazzo.
"Okaerinasaimase Goshujin-sama, Ojou-sama" letteralmente "Bentornati a casa signori e signore".
È la frase di rito che viene rivolta ai clienti all'ingresso del locale da parte di una graziosa maid, una cameriera vestita in modo impeccabile con trine e merletti nell'abito corto e con le maniche a palloncino, proprio come è vestita Ayuzawa Misaki, la protagonista del manga Maid-sama! Una maid deve indossare accessori eccentrici, recitare con una vocina kawaii frasi che apparentemente non hanno un senso, fare mossettine buffe per divertire i clienti, essere gentile e dolce con loro e coinvolgerli in karaoke e balletti.
La mia esperienza al Maid Cafè è stata divertentissima. Una volta varcata la soglia di questi locali, ci si ritrova in un mondo impensabile. Gli arredi interni non sono uguali per tutti i maid café; alcuni hanno uno stile semplice e sobrio, come una comune caffetteria occidentale, ma altri lasciano davvero senza fiato.
I più curati e ricercati presentano uno stile casetta di Hello Kitty, un trionfo di colori pastello che spaziano dalle pareti al pavimento. Le sedie sono ornate con soffici cuscini possibilmente di colore rosa o fucsia. Alle pareti foto di cuccioli o di personaggi manga, e non mancano di certo lustrini e piumaggi vari, sempre in tinta con il resto degli arredi.
Altri ancora prediligono i colori accesi senza eccedere con le tonalità stucchevoli del rosa, in un delirante mix di fantasie astratte o di motivi anni Settanta.
Per chiamare al tavolo la maid c'è una campanella in stile vittoriano; una volta illustrato il menu e scelte le consumazioni, la maid porta il cibo in tavola pronunciando la frase di rito: "oishii kunare, Moe Moe kyun", mentre muove le mani su ciò che si è ordinato. È un incantesimo
necessario che serve a migliorare il sapore dei cibi, guarniti direttamente al tavolo con disegni di animaletti fatti con il ketchup o con la cioccolata. Devo aver pronunciato bene la frase di rito perché il mio gelato era squisito!
Ho piacevolmente partecipato: dal cerchietto con orecchie da coniglietto in testa, alla frase, al balletto sul palco con tanto di mossettine rigorosamente kawaii e ormai Moe Moe è entrato a far parte dei miei ricordi più cari.
Purtroppo non ho avuto modo e tempo di entrare in un Butler café, locali dedicati esclusivamente alle donne e in cui il personale che serve ai tavoli è solo maschile. Il Butler, ovvero maggiordomo, riprende lo stereotipo del domestico inglese, quello che dà molta importanza alla sua cura esteriore. Ho saputo che un Butler café molto popolare fra le ragazze giapponesi si trova a Shibuya, dove i camerieri/maggiordomi sono solo stranieri; probabilmente in Giappone gli uomini occidentali vengono considerati più affascinanti e galanti di quelli orientali.
Al prossimo viaggio mi sono ripromessa di andarci!
In effetti Black Butler, il manga/anime di successo che ha tra i protagonisti il famoso maggiordomo diabolico Sebastian, è ambientato non a caso nell'Inghilterra Vittoriana.
Certo girare a Tokyo non può che suscitare stupore e meraviglia. Questa caotica ma affascinante metropoli colpisce sicuramente i turisti con le sue stravaganze e sempre, senza ombra di dubbio, con la gentilezza e il sorriso di chi ci vive.
Ho realizzato una sorta di reportage fotografico visibile sulla pagina Facebook Wonderland Talesche racchiude le varie giornate trascorse in questo meraviglioso e lontanissimo Paese che suscita meraviglia e stupore per i suoi usi e costumi, i diversissimi paesaggi e anche per tutto ciò che da noi viene considerato “stravagante”.
Anche quest’anno sono andata al Romics, un appuntamento al quale soprattutto gli appassionati di manga e anime non possono mancare.
Quest'anno la fiera ha visto la partecipazione di molti artisti italiani con postazioni a loro dedicate per la presentazione e la vendita delle loro creazioni, sessioni di autografi e disegno dal vero. Presenti gli stand di alcune case editrici per promuovere le ultime uscite manga e riproporre serie di successo in Italia. Per la prima volta ho notato uno stand dedicato anche alla letteratura giapponese e altri ai libri illustrati per l'infanzia.
Molto ampliata era anche la sessione dedicata ai games con tornei di PS5, Nintendo Switch e altri giochi più tradizionali come quelli con le carte dei Pokémon o lo strategico Go, famoso in Asia.
Molto curati erano gli stand dell'oggettistica, soprattutto giapponese, dove tra le varie Kokeshi, Manekineko, Daruma, si potevano trovare anche altri oggetti appartenenti a quella cultura come servizi da tè, sake, furoshiki per bento, ventagli e colorati kimono. Quest'anno per la prima volta era presente anche un pop-up store del merchandise ufficiale delloStudio Ghibli, vincitore dell'Oscar 2024 per il Ragazzo e l'Airone. Lì tra libri, peluche, poster, tazze, articoli di cartoleria, si poteva ripercorrere tutta la storia dello studio e dei film del Maestro Hayao Miyazaki.
Tra le varie esibizioni musicali la più apprezzata è stata sicuramente quella di Giorgio Vanni, che ha fatto cantare e ballare tutti sulle note delle sigle dei Pokémon, Dragon Ball, Detective Conan e One Piece. Una menzione speciale va anche al maestro Vince Tempera, vincitore del Romics d'Oro Musicale 2015 e presente anche in questa edizione, autore di numerose sigle di anime e telefilm degli anni '70 e '80, come Ufo Robot, Goldrake, Ape Maia, Anna dai capelli rossi, Hello Spank.
Come al solito ad attrarre molti visitatori della fiera è stata l'esibizione dei cosplayer che oltre a partecipare al consueto raduno, si aggiravano tra i vari stand per farsi ammirare e fotografare.
Comunque nel mio cuore rimarrà per sempre il ricordo del Romics 2018, al quale ho partecipato per due giorni, e questo per due motivi principali: il Maid Café e il concerto di Cristina D'Avena.
Il Maid Café è un particolare tipo di caffetteria a tema pensata soprattutto per una clientela di appassionati di anime e manga.
La mia prima esperienza in un Maid Cafè era stata quella a Tokyo nel quartiere di Akihabara: un ricordo indelebile che inevitabilmente mi fa sorridere ogni volta che lo riporto alla mente.
Il Maid Café del Romics 2018 è stata quindi una vera e propria sorpresa perché si è cercato di ricreare le atmosfere, i colori, i costumi e le coreografie tipiche dei Maid Café originali, anche se la location non permetteva più di tanto.
Nello spazio limitato di un padiglione è stato ricavato un piccolo angolo giapponese con i poster alle pareti dei personaggi stile manga, le divise delle cameriere e i colori degli arredi, soprattutto il fucsia, molto simili agli originali.
Il menù naturalmente, proprio per mancanza di una vera e propria cucina, non poteva ricalcare quello riccamente illustrato giapponese con gli enormi gelati ad orsetto o gli spuntini a forma di manga, tuttavia presentava una vasta scelta di bevande e cibo che, anche se preconfezionato, veniva decorato in modo kawaii.
Le maid italiane, al contrario di quelle giapponesi, si avvicinavano ai tavoli proponendo giochi per intrattenere i clienti in attesa dell’ordinazione e donavano piccoli gadget per ricordo.
Le cameriere del Maid Cafè al Romics 2018 erano sicuramente vestite in modo impeccabile, con nastri e merletti, l’abito corto e le maniche a palloncino, truccate e pettinate come le classiche figure manga, con tanto di parrucche colorate.
La maid deve necessariamente indossare accessori eccentrici e recitare con una vocina kawaii, fare mossettine buffe e ballare sulle musiche delle più note canzoni anime e bisogna dire che le maid italiane ce l’hanno messa proprio tutta! Ho assistito a vere e proprie coreografie in perfetto stile Maid Cafè, dove partecipavano anche due ragazzi vestiti da Butler, il tipico maggiordomo galante e affascinante giapponese ispirato a quelli più classici inglesi. I ragazzi italiani erano carini e simpatici anche se il loro fascino consisteva più che altro nell’essere un pochino imbarazzati nell’interpretare un ruolo certamente non facile e non abituale.
Ma alla fine il tutto è risultato gradevole e divertente e ha scacciato via la voglia di fare paragoni perché con gentilezza e simpatia i ragazzi e le ragazze sono riusciti a dare spensieratezza ed allegria.
Tutti i clienti e anche gli spettatori esterni, molto incuriositi, sono rimasti coinvolti e fotografavano e filmavano a più non posso, perfino i bambini e due ragazzi giapponesi sembravano molto divertiti.
Entrare in un vero Maid Cafè è come entrare nel Paese delle Meraviglie e di conseguenza è come vivere in uno strano sogno! Comunque mi sono emozionata tantissimo anche qui, con la mia migliore amica Gioia e sono felice di aver potuto condividere questo momento insieme. Per lei era la prima volta ed è stato bello vedere che le sue reazioni erano simili alle mie quando per la prima volta sono entrata nel Maid Cafè di Tokyo.
È stato come aver vissuto un pezzo di Giappone insieme! Per noi questo è davvero un posto magico e quindi non volevamo più andare via.
Tra sorprese, emozioni e risate abbiamo trascorso un’ora e mezza di leggerezza condividendo questa passione per il Giappone, per quella cultura, per i manga e per gli anime che ci hanno fatto incontrare. Vivere questa esperienza con la mia migliore amica ha reso la giornata speciale e indimenticabile!
Un altro momento indimenticabile del Romics 2018 è aver partecipato al mio primo concerto di Cristina D’Avena, Special Guest di quella edizione. L’evento era legato alla presenza dell'autore Tsukasa Hōjō, vincitore del Romics d'Oro, poiché la cantante ha interpretato la sigla italiana della sua serie “Occhi di Gatto”.
Per alcune generazioni di italiani, sigle tv significa soprattutto un nome: Cristina D’Avena. La cantante bolognese è infatti sulla cresta dell’onda da ormai più di trent’anni, interamente spesi nel genere sigle di cartoni animati, la carriera in assoluta più duratura nel settore.
Dal 1981 ad oggi ha cantato oltre seicento canzoni, pubblicato oltre centoquaranta dischi e superato le sei milioni di copie vendute.
La sua è una storia che parte da lontano, ovvero dal 1968, quando partecipò allo Zecchino d’Oro arrivando terza con il celebre Valzer del Moscerino, per arrivare al 1981, quando viene ingaggiata dalla Fininvest per interpretare le sigle delle serie animate e da allora resterà l’interprete storica del genere.
Dopo il primo singolo, la sigla di “Bambino Pinocchio”, interpreta La canzone dei Puffi, un suo intramontabile cavallo di battaglia, a cui seguono Georgie, Pollon Pollon combina guai, L’incantevole Creamy e la già citata Occhi di Gatto, solo per nominarne alcuni.
Nel 1985 è il turno della sigla del fortunato “Kiss Me Licia”, che la porta l’anno successivo e fino al 1987, a rivestire i panni di attrice interpretando Licia negli spin-off tratti dalla serie animata. Interpreta poi se stessa nei successivi telefilm che la vedono protagonista assoluta, a partire da “Arriva Cristina”.
A cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta si cimenta nel suo primo tour nei palazzetti dello sport e al forum di Assago registra l’afflusso record di tredicimila paganti. Questa però è solamente una tappa intermedia della sua carriera: le generazioni si rinnovano e nuove serie animate reclamano nuove sigle. Cristina canta allora Sailor Moon, Piccoli problemi di cuore, Sakura, Hamtaro, DoReMi e i Pokémon e tante altre.
La sua sterminata produzione è caratterizzata dall’impiego di musiche scritte per lei sempre da grandi autori, ma la sua vera caratteristica è probabilmente l’impiego della voce che sfrutta un particolare colore bambinesco, un utilizzo che si distingue per i guizzi divertiti e per l’interpretazione frizzante e fanciullesca, proprio come farebbe una bambina cantando di eroi e di mondi fantastici. Forse sta proprio in questo approccio alla musica il segreto del suo successo che è inarrestabile.
Nel 2016 partecipa in qualità di super ospite al 66°esimo Festival di Sanremo e nel 2017 esce Duets, una raccolta di alcune delle più celebri sigle di cartoni animati reinterpretate da Cristina D’Avena insieme ad alcuni dei più importanti cantanti italiani tra cui Noemi, Annalisa, Giusi Ferreri, J-Ax e Loredana Bertè insieme alla quale interpreta proprio Occhi di Gatto.
Quella domenica 8 aprile 2018, sotto il palco del Pala Romics, si è finalmente avverato un mio grande desiderio, quello di assistere ad un suo concerto ❤
Eravamo tutti pronti a cantare le colonne sonore della nostra infanzia: bambini, giovani, adulti, anziani, tutti a squarciagola abbiamo intonato insieme a lei le sigle degli anime più famosi, copiando perfino le sue mossettine.
Devo dire che oltre al puro divertimento e alla gioia di tornare un po’ bambini per un’ora, mi hanno molto colpito le parole che Cristina D’Avena ha rivolto al pubblico durante il concerto, dedicate soprattutto a chi crede nei sogni, come me.
Sempre in quell'anno ho avuto il piacere di incontrare al Romics, presso lo stand MilkShop, l'autrice di "Riflessi di luce", Giada Romano incarnazione dei giovani talenti che riescono a realizzare il proprio sogno! 💙
In Giappone il bento è una vera e propria istituzione.
In queste graziose scatole a compartimenti, le mamme preparano e sistemano il pasto da portare a scuola per i loro figli. In seguito il bento diverrà il cestino del pranzo per l'ufficio o per un pic-nic, specialmente durante la festa dell'Hanami(contemplazione dei fiori di ciliegio).
Infiniti sono i modi per preparare un bento squisito e kawaii. Si può iniziare disponendo sul fondo del riso basmati cotto e insaporito con un pizzico di sale, aceto di riso e qualche seme di sesamo. Per i più piccini con questo riso si può fare una grande polpetta a forma di testa di animaletto, per esempio un panda con le orecchie ricoperte di alga nori. Per gli occhi si possono usare due olive nere, per il naso un pezzo di umeboshi (prugna in salamoia) il cui succo colorerà le guance rosee e per la bocca due striscioline di alga nori.
Il bento kawaii può essere completato da involtini di prosciutto e asparagi, da broccoli cotti, da alcuni pezzi di tamagoyaki (omelette giapponese) o altre pietanze a seconda dei gusti, tutto però rigorosamente tagliato con le formine decorative. Questi bento per i più giovani sono detti Kyarabene vengono preparati per apparire come quadri, più comunemente utilizzando personaggi degli anime e manga. Esprimono l’esigenza dei genitori di preparare un pranzo carino per i loro figli che mangiano a scuola e rendere così il cibo più invitante.
Per i più grandi sopra la base di riso si possono spolverare condimenti a piacere, inoltre si può adagiare una foglia di insalata o un'erba aromatica che lo separi dal resto degli ingredienti. Questi saranno suddivisi per alimenti con forme diverse usando appositi stampini di carta o di silicone. Negli spazi rimasti vuoti si potranno inserire altri pezzi di verdure, pane o contenitori di salsine. Infine per decorare e facilitare la degustazione si possono apporre degli stecchini fatti a forma di animaletto o frutta di stagione.
Per preparare un bel bento, oltre agli stampini, alle formine e agli stecchini, ci sono molti accessori come i divisori colorati per non confondere i sapori; i contenitori di salsine per trasportare le salse liquide e quelle per i condimenti solidi. Le varie verdure, come le carote cotte, i ravanelli e daikon sotto aceto, possono essere disposte tagliate a forma di fiore, cuore o striscioline.
Un cibo molto usato è la salsiccia-polpo da poter fare anche con i würstel: si fa un taglio in diagonale per eliminare la parte inferiore, mentre in quella più grande superiore vengono fatte delle incisioni in modo da poter ricavare dei tentacoli. Una volta finita questa procedura le salsicce così tagliate si immergono in una pentola di acqua bollente per circa un minuto, ottenendo così tentacoli ondulati.
Un altro alimento che si trova come decorazione nella maggior parte dei bento, è un'omelette giapponese (tamagoyaki) che ha la particolarità di essere cotta a strati. La ricetta prevede che vengano sbattute in una scodella 4 uova con 5 cl di brodo dashi e un pizzico di sale. Dopo aver scaldato un filo di olio in una padella apposita, si versa una piccola quantità di uovo sbattuto che basta a formare una crepe sottile che viene arrotolata fino al bordo opposto della padella stessa. Di nuovo si versa una piccola quantità di uovo sbattuto facendone passare un po' sotto la crepe già arrotolata. Una volta cotta si arrotola anche la seconda crepe amalgamando la prima per ottenere un unico composto. Questa operazione va ripetuta fino all'esaurimento dell'uovo sbattuto. Si fa poi dorare leggermente l'omelette spessa su tutti i lati con l'aiuto di una spatola e poi si taglia a fettine, pronte così per decorare il bento.
I menu del bento possono variare per le forme, i colori e i sapori, a seconda dei propri gusti. Tra i più popolari, oltre a quelli già descritti, ci sono gli involtini di asparagi e bacon, i fiori di prosciutto dolce, i karaage (bocconi di pollo fritto) e gli immancabili onigiri (sandwich di riso) guarniti nei più svariati modi: il classico umeboshi, il profumato yukari (condimento a base di shiso porpora racchiuso in una foglia di shiso verde, simile al nostro basilico) e gamberetti in tempura racchiusi in un'alga nori.
In primavera è facile trovare nel bento anche i dolci tradizionali, come Sakura-mochi a base di riso glutinoso con anko (marmellata di fagioli rossi) avvolto in una foglia di ciliegio in salamoia e sanshoku-dango a tre colori, che per la festa dell'Hanami vengono chiamati hanami-dango. Sono composti da tre polpette di riso dalla consistenza gommosa, la cui sequenza di colori rimanda proprio ai colori tipici primaverili: rosa, bianco e verde.
Esiste anche un proverbio famoso legato a questo dolcetto "Hana yori dango" che significa "Meglio i dango che i fiori", per specificare che è meglio la sostanza della forma.
Questi due dolcetti vengono apprezzati per la loro forma elegante e per il gusto raffinato e delicato tanto da essere i preferiti per ogni pic-nic.
Di solito per trasportare il bento si usa il furoshiki, un riquadro di tessuto dalle varie stampe e colori che permette di confezionare vari oggetti, anche da regalare come di solito facciamo con la carta per fare i pacchetti. Esistono varie tecniche per avvolgere il bento, le due più comuni sono quelle per formare un bento rettangolare o circolare.
Durante il lockdown, non potendo andare a vedere i ciliegi in fiore e fare il consueto pic-nic, ho pensato di prepararmi un bento casalingo con gli ingredienti nostrani che avevo a disposizione:
- pollo fritto
- torta rustica ricotta e spinaci
- onigiri con verdure
- insalata e pomodorini
- macedonia di frutta
E questa foto qui sotto mostra il risultato 😍
Questo mi ha permesso di sentirmi più vicina alla festa dell'hanami grazie anche alla scenografia ricreata per trovare, in quel triste momento, uno spiraglio di spensieratezza.
Se volete approfondire il tema del cibo in Giappone,
tra i vari libri che ho letto quello che vi consiglio particolarmente é "La cucina giapponese illustrata", utile se vi interessa l'argomento e volete divertirvi a sperimentare alcuni piatti tipici. L'ho trovato molto interessante e utile perché ci sono diversi approfondimenti e spiegazioni con immagini e descrizioni, tra cui proprio la preparazione del bento.
Alcune gustose ricette giapponesi si trovano anche nella recente rivista Il grande ricettario anime e manga pubblicata da Sprea Editori, come potete vedere nell'immagine di copertina.
Benvenuti nel mio angolo di mondo! 🌸 Sono una grande appassionata di anime e manga, tanto che ho sviluppato un forte interesse per la lingua e la cultura giapponese. Ho una spiccata attitudine nella scrittura di testi, nel colorare e nel montaggio video.